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Una frase al giorno...
Il grand'uomo ha due cuori:
l'uno sanguina,l'altro sopporta

-Kahlil Gibran


________________
DISCLAIMER
________________

IL PROVERBIO DEL MESE:

DICEMBRE

"Dicembre gelato

non va disprezzato"

NOVEMBRE

"Novembre va in montangna

e abbacchia la castagna"

OTTOBRE

"Ottobre piovoso,

campo prosperoso."

SETTEMBRE

"Aria settembrina fresco la sera

e fresco la mattina."

AGOSTO

"La prima pioggia di agosto

rinfresca il bosco"

LUGLIO
"Luglio soleggiato, vino a

buon mercato"

GIUGNO

"Giugno la falce in pugno"

MAGGIO

"Chi pota di maggio e zappa di agosto

non raccoglie né pane né mosto"
APRILE
"Aprile carciofaio,maggio cilegiaio"

MARZO

"Chi nel marzo non pota la sua vigna,

perde la vendemmia" 

FEBBRAIO

"Non c'è carnevale senza

luna di Febbraio"

GENNAIO

"Gennaio rigoroso anno felice"

UN FRUTTO AL MESE:

DICEMBRE

NOVEMBRE

OTTOBRE

 

SETTEMBRE

AGOSTO

LUGLIO

GIUGNO

MAGGIO

APRILE

MARZO

FEBBRAIO

GENNAIO

UN FIORE AL MESE:

DICEMBRE

NOVEMBRE

OTTOBRE

SETTEMBRE

AGOSTO

LUGLIO

GIUGNO

MAGGIO

APRILE


MARZO

 

FEBBRAIO


GENNAIO

DICEMBRE

NOVEMBRE

OTTOBRE

SETTEMBRE

AGOSTO

 

LUGLIO

 

 

 

 

 

 

GIUGNO

MAGGIO

APRILE

MARZO

CULTURA
Citazioni...Melanconica leggerezza
5 ottobre 2014


"Non è una melanconia compatta e opaca,dunque,ma un velo di particelle
minutissime d'umori e sensazioni,un pulviscolo d'atomi come
tutto ciò che costituisce l'ultima  sostanza della molteplicità delle cose"
(I.Calvino,"Lezioni americane")


SOCIETA'
Apologo sull’ onestà
8 gennaio 2014

 C’era un paese che si reggeva sull' illecito. Non che mancassero leleggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più omeno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numerodi centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne avevabisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è piùcapaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano averesolo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favoriilleciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già avevafatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultavaun sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non erasfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò cheera fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quantoogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalitàformale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che inogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quotaparte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabiliprestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la moraleinterna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche perquella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la suatangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agireil proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioèpoteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita mabenemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancioufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziavalecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsifinanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a farebancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa sisarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblicaserviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delleattività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita.La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di farleva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto diforza (così come in certe località all’esazione da parte dello statos’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forzacui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anzichéil sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicitàpassiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegiodelle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunaledecideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centrodi potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le lororagioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante,anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto chesi trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altrocentro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltantocome armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti,oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovesseroaccreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessiilleciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazionia delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e glisvaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo inmotoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra deimiliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui primao poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita oillecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazionidel terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizionefuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tratutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unicaalternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quellodi rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone laconvinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare innulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quellepiù feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezzae coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggiopratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese,non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non sisapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (nonpotevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi,che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamentocaratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, sele cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro,se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi checollegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propriaalla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentivasempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degliscrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano chefare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovanotroppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il poterenon lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quelpotere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altripaesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in unasocietà migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre piùprobabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione erapensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’eraperpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, digabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa didiventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della societàdominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principiconsacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo davicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forsesarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costumecorrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsidissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito persignificare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosache le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto eancora non sappiamo cos’è.

di ItaloCalvino, daRepubblica, 15 marzo 1980 e in“Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani,Mondadori

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